SAN GIUSTINO - Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - Delegazione della Tuscia e Sabina

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SAN GIUSTINO

DOCUMENTI > Livello 29


Quando, nel 1775, sotto il pontificato di Pio VI, si dette inizio allo scavo delle catacombe e vennero alla luce numerosi corpi di martiri, come fecero tante altre cittadine dello Stato della Chiesa, anche Valentano richiese di poter avere e conservare le spoglie di un santo martire.
Il Papa accolse la richiesta del popolo di Valentano e attribuì al martire, presso la cui sepoltura non fu rinvenuto – oltre al simbolo del martirio – il patronimico che lo facesse riconoscere, il nome di Giustino.
Una poesia di Giacomo Mazzinelli  del 1881 narra l'avventuroso trasporto della reliquia da Roma a Valentano.



Per quattro lustri il sol l'annuo corso

compir dovea, perché nel sen fuggisse

d'eternitate il secolo trascorso.

Tempo di duol che l'universo afflisse,

mentre l'empia di Francia ira fatale,

al Vaticano ingiusta guerra indusse.

Qual successor di Pier, grande immortale,

portava allor la triplice corona

il sesto Pio, che da la papale

Sede destruso, l'accoglia la buona

Valenza franca: 've del mondo esosa

Di lui volava ver l'eterea zona,

Santa del suo patir, l'alma gloriosa.

Mentre ei stava in poter, dal lungo oblio

Del tempo vorator salma gloriosa

Vide sottrarre d'un campion di Dio

Dalle sante Ciriache caverne,

Non pietra scritta, né si rinvenio

           Segnale alcun da cui potere averne

Nome o natale od il crudel martirio

Coloro allor, che delle cose eterne

           Posson trattar, colà si riuniro

Donde il gran Veglio col crollar le chiome

Tremar fè i polsi di color, che ardiro

           Cozzar contro la gran Roma, al cui sol nome

Paventaro le genti, e il cui potere

Tutte le forze contrarie ha vinto e dome.

           Tuonò l'oracol dell'immortal sere,

e i padri diero il nome di Giustino

a chi di giusto l'opre fè vedere.

           Eco fedele, il ciel, nel suo divino

Libro li trascrisse, e più non lo cancella

Eternitate, che non ha confino.

           Volar molte cittadi a tal novella

A piè del Sesto Pio per aver gloria

D'onorarlo fra lor: ma il ciel la bella

           Sorte serbava a te: così vittoria

Compita avesti, amata Verentano,

terra del mio natal, la cui memoria

M'è più che il viver cara! – onde il sovrano

papale editto tosto a te s'invia

che t'invita a recarti in Vaticano

per ricevr la salma – O patria mia

Quanto allor t'inondò gioia e contento! –

Pronto un drappel di dodici si avvia

           Più robusti garzon di buon talento

A un sol tuo cenno verso l'alma Roma

Oh voi felici appien, cui diè l'evento

           Sulle spalle portar sì dolce soma

Vostro nome diranno ai pargoletti

Le madri e la virtù, ch'età non doma!

           Come fur giunti i prodi giovanetti

Ratti volaro al tempio della Pace

Ove s'ebbero il Santo – Oh come i petti

           Fremero a loro d'un amor verace

Al veder le sacre ossa! Oh come a gara

Volea ciascun sommettere il tenace

           Suo dorso al pondo della scra bara!

Mossero alfin prendendo lor cammino,

col prezioso tesoro inver la cara

           patria nostra. – A Roma assai vicino

erano ancor, che affaticati e stanchi

dal viaggio e dal peso, a San Giustino

           così disser con fede: se or ne manchi

del tuo soccorso, che farem più innante?

Soccomberem se tu non ci rinfranchi.

           Dissero: e quel, che troppo lor pesante

Parea poc'anzi, in men ch'io nol dica,

leggier si rese qual piuma volante.

           Ringraziarono il Santo, e in lor l'antica

Fede destossi – il lor cammino intanto

Fino ad Arbano[1] senza gran fatica

           Protrassero, u' fer sosta e del lor Santo

Nunque d'un piè scostaronsi devoti

Ma la fama veloce in ogni canto

           Fè trapelar la cosa. I tetti vuoti

Di recente restaro: tutta accorse

Colà la gente fin dai vichi ignoti.

           - È nostro il Santo; allor fra loro insorse

Prepotente una voce, e gli altri ancora

È nostro ripeter. – Stavano in forse

           I nostri d'impegnar lotta: ma allora

Si feo innanzi in venerando aspetto

Martinetti il prelato che in brev'ora

           Sedò il tumulto con il prudente detto.

Rinfrancati i garzon, fuggir veloci

Col caro pegno in affannoso petto.

           E come damma, che dai can feroci

Si è messa in salvo, indietro perigliosa

Guata, e paventa ognor le zanne atroci,

           Così lor occhi indietro senza posa

Volgevan elli verso la cittade

Che scena ad essi offrì sì dolorosa.

           Giunsero alfin: da tutte le contrade

Lagrimando accorrevano i devoti

E d'ogni condizione, e d'ogni etade.

           La sacra salma intanto, fra li voti

E le fervide preci s'incammina

Trinfante nel mezzo ai sacerdoti

           Ver la magion di Dio; ove vicina

Al sommo Evangelista protettore

Da venti lustri e un anno, ch'or declina

           Verace onor riceve e lode e onore,

Che fioco or venne. I nostri padri antichi

Ahi con più fe' l'amavano, e il lor core

           Sui colli di virtude almi ed aprichi

Con maggior zelo dispiegava i vanni! -

- Ti scuoti adunque; il cuor più non t'implichi

           Mondano il lezzo, e fa che i tuoi bell'anni

Non deturpi ignominia, o patria mia.

Allor benigno dagli eterei scanni

           Ti guarderà il gran Santo e quella via

Facil ti renderà che mena al cielo

Ove, egli guida dopo questa ria

           Carriera, andrem deposto il mortal velo.



Giacomo Mazzinelli

(Viterbo 1881)

[1] Probabilmente Viterbo


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