DISPUTA SULLA SUCCESSIONE - Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - Delegazione della Tuscia e Sabina

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DISPUTA SULLA SUCCESSIONE

LA REAL CASA

La successione dell'Infante Don Alfonso, e la sua assunzione del titolo di Duca di Calabria, furono contestate dallo zio, il quarto fratello del Principe Don Ferdinando Pio, il Principe Don Ranieri. Il nocciolo di questa disputa erano le differenti interpretazioni degli effetti di un documento noto come Atto di Cannes, firmato il 14 dicembre 1900. Le origini della disputa, tuttavia, hanno radici più lontane, nella sostituzione del sistema della Legge Salica, in Spagna, con una successione mista maschio-femmina.

Nel 1759, Carlo VII, Re di Napoli, ascese al trono di Spagna in seguito alla morte senza eredi del fratello maggiore, Ferdinando VI. Il 6 ottobre 1759, con la promulgazione della Prammatica Sanzione, Carlo lasciò il Trono delle Due Sicilie al figlio Ferdinando, riservando gli eventuali diritti sui troni spagnolo e delle Due Sicilie a tutti i suoi discendenti. Questo atto solenne regola la successione alla Corona delle Due Sicilie ed a quella spagnola, stabilendo che queste due Sovranità non debbano mai essere unite nella stessa persona.

Considerando che il primogenito, il Principe Filippo, Duca di Calabria, soffriva di "imbecillità mentale", nominò Principe delle Asturie il secondogenito, Carlo, ed abdicò dal trono delle Due Sicilie in favore del terzogenito, l'Infante Ferdinando. Per emanciparlo dal controllo paterno fu creato un Consiglio di Reggenza che lo avrebbe aiutato fino al compimento della maggiore età, stabilita in 16 anni. La regolamentazione della successione avrebbe seguito tre linee guida:

   1.      la successione deve passare attraverso la primogenitura maschile fra i discendenti del nuovo Re, Ferdinando;

   2.      in mancanza di tali discendenti maschi essa deve passare attraverso ognuno dei figli di Carlo, secondo la linea, tutti Infanti di Spagna;

   3.      mancando eredi maschi la successione deve passare all'erede femmina più vicina all'ultimo Re.

Venendo a mancare anche l’erede femminile, la successione stessa passerebbe agli eredi dei suoi fratelli, l'Infante don Felipe, Duca di Parma o, mancando questi, l'Infante Don Luis. Se il Re di Spagna o il Principe delle Asturie dovessero ereditare la sovranità italiana, dovrebbero immediatamente rinunciarvi in favore del prossimo Principe in linea di successione.     

Sia la successione spagnola che quella delle Due Sicilie, fin dal 1714, erano state governate dalla legge Salica che garantiva la successione al trono di Spagna a tutti gli eredi maschi di Filippo V. Nel 1830 Ferdinando VII di Spagna, figlio e successore di Carlo IV, la emendò per dare anche alle donne un diritto di successione; il tutto per mettere in condizione la figlia maggiore di succedergli col nome di Isabella II. Questo provvedimento non spogliò i discendenti maschi di Filippo V dei loro diritti sulla Spagna, ma li mise in ordine di successione dopo tutte le femmine nate da una linea maschile primogenita. Come risultato di questo emendamento tutti i discendenti di Re Francesco I e di sua moglie, l'Infanta Donna Isabella, acquisirono un diritto superiore al Trono spagnolo in virtù della loro discendenza da lei anziché da quella di suo padre Ferdinando. Anche se questo diritto aveva la precedenza su quelli esistenti quali discendenti della linea maschile di Carlo III, tuttavia questo atto posizionò la progenie delle Due Sicilie dopo i discendenti di Infante nate e non ancora nate.

Ci furono serie ripercussioni sui rapporti con le Famiglie Reali di Francia e delle Due Sicilie. Il Re di Francia, Carlo X, considerò che, come “Capo della Casa di Francia”, di cui la Famiglia Reale spagnola era un ramo, questo era un affronto alla sua autorità. Inoltre mise in discussione la validità, secondo le leggi internazionali, delle rinunce al Trono francese da parte di Filippo V, ed al Trono spagnolo da parte del Delfino e del Duca d'Orléans. Il Re delle Due Sicilie si irritò perché i suoi diritti sul Trono spagnolo (quando Francesco I protestava contro la Sanzione del 1830, era l'ottavo in linea di successione per il trono, subito dopo il fratello minore di Ferdinando VII), con l'inserimento prima di lui dei molti discendenti delle figlie di Carlo IV, furono notevolmente ridimensionati.

In ogni caso, coloro che si oppongono alla successione dell'Infante Alfonso lo fanno principalmente per  due motivi: la Prammatica Sanzione del 1759 e l'Atto di Cannes del 1900.

Essi dichiarano che la Prammatica Sanzione stabiliva un'incompatibilità totale tra l’essere Infante di Spagna ed allo stesso tempo vantare un diritto di successione sulle Due Sicilie. Costoro argomentano che è impossibile vantare diritti dinastici ad ambo le successioni perché le due Case, secondo loro, sono completamente indipendenti. Il precedente della successione di Carlo III è comunque chiaro; anche se egli era il Re delle Due Sicilie, sarebbe potuto succedere al trono di Spagna, ma con l’obbligo di trasferire la Sovranità italiana al prossimo in linea dopo l'erede immediato; ed è precisamente ciò che accadde. I sostenitori della linea ultragenita ignorano i molti precedenti in altre Case Reali ,e la prova del contrario si trova nel testo della Prammatica Sanzione ed in molti atti dei successivi Re di Spagna e delle Due Sicilie.

La Costituzione spagnola del 1876 in particolar modo conferiva un diritto di successione al Trono spagnolo a tutti i discendenti dei fratelli e sorelle di Ferdinando VII, tra cui l'Infanta Isabella moglie di Francesco I delle Due Sicilie ed antenata di tutte le linee viventi della Casa.

Nel 1900 il Principe Don Carlo delle Due Sicilie, secondo figlio del Capo della Dinastia, il Conte di Caserta, volle sposare l'erede presuntiva al Trono spagnolo. La Regina Reggente ed il Conte di Caserta si accordarono per fargli rinunciare alla nazionalità italiana e per farlo diventare spagnolo (cosa che fece il 7 febbraio 1901). Allo stesso tempo il Governo spagnolo avvisò la Regina che nessuna rinuncia a diritti dinastici poteva essere legale o vincolante.  Temendo che suo figlio, nel caso la moglie fosse diventata regina, avrebbe abbandonato le rivendicazioni sulle Due Sicilie, il Conte di Caserta fece stilare dal suo segretario il cosiddetto “Atto di Cannes”. È chiaro, dalla corrispondenza tra il Conte di Caserta, la Regina Reggente e l'Infanta Doña Isabel, che la decisione del dicembre 1900 di chiedere al Principe Don Carlo di fare una rinuncia fu presa in fretta, e che l'atto stesso fu stilato intorno al 12 dicembre, non più di due giorni prima della sua firma. Per assicurarsi così che le pretese alla Corona delle Due Sicilie non sarebbero state dimenticate, il Conte di Caserta costrinse il Principe Don Carlo a firmare questo Atto, che intendeva essere una rinuncia alla "eventuale successione alla Corona delle Due Sicilie".

Non è chiaro cosa si intendesse fare con questo Atto, forse ribadire i termini della Prammatica Sanzione del 1759 e, forse, estendere i suoi provvedimenti fino a includere una proibizione per un Re regnante, o un Re Consorte, di succedere nelle rivendicazioni delle Due Sicilie. È comunque evidente che agli occhi dei membri del governo spagnolo, anche loro totalmente familiari coi termini della Prammatica e con l'incompatibilità del fatto che le due Corone potessero essere tenute dalla stessa persona, nessuna rinuncia era ritenuta necessaria o legale. Al contrario i sostenitori della linea ultragenita dichiarano che questo documento rappresenta una rinuncia definitiva e irrevocabile ai suoi diritti sul trono delle Due Sicilie, sulla dignità di Capo della Casa e sugli Ordini di Famiglia, vincolante per sempre per lui e per i suoi discendenti.

Questo Atto è diviso in due parti; la prima riguarda la futura successione alla Corona e alle proprietà in Italia, la seconda riguarda le proprietà e gli investimenti lasciati da Francesco II di cui il Principe Carlo non avrebbe più avuto bisogno in virtù delle fortune della sua futura moglie. Vale la pena prendere in considerazione il testo nel dettaglio. “Si è presente Sua Altezza Reale il Principe D. Carlo Nostro amatissimo Figlio ed ha dichiarato che dovendo Egli passare a Nozze con Sua Altezza Reale e Infanta Donna Maria Mercedes, principessa delle Asturie, e assumendo per tal matrimonio la nazionalità e la qualità di Principe Spagnuolo, intende rinunziare, come col presente atto solennemente rinunzia per Sé e per i suoi Eredi e Successori ad ogni diritto e ragione alla eventuale successione alla Corona delle Due Sicilie ed a tutti i Beni della Real Casa trovantasi in Italia ed altrove e ciò secondo le nostre leggi, costituzioni e consuetudini di Famiglia ed in esecuzione della Prammatica del re Carlo III, Nostro Augusto antenato, del 6 ottobre 1759, alle cui prescrizioni egli dichiara liberamente esplicitamente sottoscrivere ed obbedire.”.

Nell’analizzare l’atto si devono considerare alcuni particolari:

   1.      le leggi sotto le quali esso dovrebbe essere esecutivo;

   2.      la sua legalità secondo le leggi delle Due Sicilie;

   3.      le circostanze che hanno condotto alla sua creazione;

   4.      le sue conseguenze.

L'enunciazione della prima parte è importante per la maniera chiara in cui differisce dall'enunciazione della seconda parte, una rinuncia immediata e definitiva ai diritti su alcune delle proprietà di Famiglia costituite per sostenere la Famiglia Reale in esilio. La parte dinastica, tuttavia, usa la parola “intende” e dichiara che egli promette di rispettare le “leggi, costituzioni e tradizioni” della Famiglia, “in esecuzione” della Prammatica del 1759 “le cui prescrizioni dichiara liberamente ed esplicitamente di sottoscrivere e rispettare”. L'uso della parola “intende” è certamente conforme al fatto che egli cederebbe la Corona soltanto se le circostanze previste dalle leggi delle Due Sicilie lo dovessero richiedere. Questa conclusione diviene anche più certa quando consideriamo le Costituzioni e la Prammatica del 1759. Le parole Due Sicilie non sono mai usate neanche da Carlo III quando definisce questa incompatibilità; egli si riferisce invece al “Potere spagnolo e italiano”, alla “Sovranità italiana”, o agli “Stati e Proprietà italiani ”. Chiaramente la problematica di essere Capo della Casa di uno Stato inesistente non cadeva all'interno di queste proibizioni.

Era legale per un Principe, secondo le leggi delle Due Sicilie, rinunciare ai suoi diritti in circostanze non previste dalle Costituzioni o da qualsiasi altra legge?

La decisione del Conte di Caserta di esigere una rinuncia da parte di suo figlio era certamente un fatto arbitrario, dato che le circostanze non lo giustificavano.

Nel determinare la giurisdizione legale che va applicata all'Atto di Cannes si devono considerare:

   1.      il luogo di domicilio delle parti;

   2.      il luogo dove l’atto fu redatto e firmato;

   3.      il luogo dove erano situati i diritti o le proprietà a cui si rinunciava.

In quel periodo sia il Conte di Caserta che il Principe Carlo erano cittadini italiani e quindi per prima cosa va esaminata l’applicazione del Codice Civile italiano del 1865 (revocato nel 1942, ma ancora valido nella Città del Vaticano). L'articolo 12 stabiliva che “…in nessun caso le leggi, gli atti e le sentenze di un paese straniero, e le private disposizioni e convenzioni potranno derogare alle leggi proibitive del regno che concernano le persone, I beni o gli atti, né alle leggi riguardanti in qualsiasi modo l’ordine pubblico ed il buon costume.” L'articolo 9 dello stesso codice stabiliva che “Le forme estrinseche degli atti tra vivi e di ultima volontà sono determinate dalle legge del luogo in cui sono fatti.” L’articolo continuava, “la sostanza e gli effetti delle obbligazioni si reputano regolati dalla legge del luogo in cui gli atti furono fatti”.

Dato che l'Atto fu firmato in Francia, vanno presi in considerazione anche i provvedimenti del Codice Civile francese (quello del 1806 che era ancora in vigore nel 1900). Il Libro III, sulle successioni, Capitolo IV “des successions irrégulières”, Titolo I, Sezione II, “De la renonciation aux successions”, l'articolo 791 recita: “On ne peut, même par contrat de mariage, renoncer à la succession d'un homme vivant, ni aliéner les droits éventuels qu'on peut avoir a cette succession”. il Titolo II, Sezione III, del Capitolo II (“Des conditions essentielles pour la validité des conventions”) continuava: “Les choses futures peuvent être l’object d’une obligation. On ne peut cependant renoncer à une succession non ouverte, ni faire aucune stipulation sur une pareille succession, même avec le consentement de celui de la succession duquel il s’agit.” Il Titolo V, Capitolo I “Du contrat de mariage et des droits respectifs des époux”, articolo 1389: “Ils ne peuvent faire aucune convention ou renonciation dont l’objet serait de changer l’ordre légal des successions, soit par rapport à euxmêmes dans la succession de leurs enfants ou descendants, soit par rapport à leur enfans entre eux”. Questi  articoli non potrebbero essere più espliciti nella loro invalidazione delle rinunce alle successioni future.

Poiché il problema era la successione alla Corona delle Due Sicilie, si deve prendere in considerazione anche il codice civile di quel Regno, benché avesse cessato di essere una legge applicabile alle parti dell'Atto, che erano cittadini italiani domiciliati in Francia. Questo prevedeva che nessuno potesse rinunciare, anche per un contratto di matrimonio, alla successione futura di una persona vivente né potesse alienarsi i diritti che potesse vantare su tale successione. Inoltre non si poteva rinunciare ad una successione non ancora aperta né fare qualsiasi altro contratto al riguardo. Né si potevano fare accordi o rinunce al fine di alterare l'ordine legale di successione, né per la successione dei figli o discendenti di qualcuno, né per singoli figli, tantomeno era possibile vendere tale eredità anche se ci fosse stato il beneplacito. Come il Codice Civile italiano, anche quello delle Due Sicilie prevedeva che i propri cittadini all'estero fossero soggetti alle leggi che riguardavano lo stato e le capacità della persona. Quindi comunque si consideri l'esilio in Francia dei Principi delle Due Sicilie, volontario o meno, sia il Codice Civile francese che quello delle Due Sicilie contenevano le stesse proibizioni contro le rinunce ereditarie.

Anche non volendo considerare i Codici Civili di cui si è precedentemente dissertato, l'atto era comunque in conflitto con la Prammatica del 1759, che imponeva la rinuncia solamente nel caso in cui la Corona spagnola e la Sovranità italiana fossero state unite nella stessa persona, e la famiglia  Borbone-Sicilia aveva cessato di avere domini italiani fin dal 1861. Inoltre, visto che l'atto dichiarava di essere "in esecuzione" dei requisiti della Prammatica Sanzione del 1759, non poteva fare altro che ribadirla e, nelle circostanze del 1900, la Prammatica non richiedeva alcuna rinuncia. Poiché le circostanze ivi previste erano le uniche che permettevano una rinuncia dinastica ed il Codice Civile delle Due Sicilie proibiva rinunce a future eredità (come facevano del resto sia la legge francese dove l'atto fu firmato, che la legge italiana alla quale i suoi firmatari erano soggetti come cittadini), questo atto non poteva vincolare i firmatari.  

È stato anche suggerito che quando il Principe Don Carlo delle Due Sicilie divenne cittadino spagnolo, il 7 febbraio 1901, poco prima del suo matrimonio, rinunciando alla sua precedente nazionalità e ricevendo il titolo di Infante di Spagna, cessò di essere un membro della Dinastia delle Due Sicilie e divenne un membro della Casa Reale spagnola, completamente separata da quella napoletana. Il requisito richiesto della legge spagnola (di solito non applicato) di rinunciare alla precedente nazionalità prima di prendere la cittadinanza fu però trattato approfonditamente nella corrispondenza tra la Regina Reggente e il Conte di Caserta. La cittadinanza era, in realtà, già stata conferita con atti reali sia a Ferdinando Pio che a Carlo, quando questi si arruolarono nell'esercito spagnolo, ma senza che gli venisse chiesto di rinunciare alla loro cittadinanza. In questo caso, comunque, era evidentemente essenziale che la cittadinanza del Principe Carlo, di sua moglie e dei suoi bambini dovesse essere fuori questione; quando il malato Alfonso XIII fosse morto, nessun dubbio sulla nazionalità avrebbe dovuto essere di pregiudiziale per la successione al trono spagnolo. Nella lettera del 6 dicembre 1900 il Conte di Caserta scriveva: “Io sono pronto a dargli il mio beneplacito per fargli prendere la Nazionalità spagnola e per fare la corrispondente rinuncia”. Caserta continuava dicendo che sarà sufficiente “che il Principe abbia una posizione chiaramente determinata sia di fronte agli spagnoli che ai napoletani”. Che bisogno poteva esserci di andare oltre quello che era già stabilito dal cambio di nazionalità per garantire la nuova posizione del Principe e della sua futura famiglia spagnola, chiamando in causa un impegno non richiesto né necessario per dei discendenti che ancora non esistevano e per i quali la loro posizione come Principi spagnoli sarebbe stata già stabilita fin dalla nascita e per il solo fatto di essere nati. E' evidente che l'impegno al quale stava riferendosi come essere non necessario era una possibile rinuncia dinastica. Nella sua risposta del 10 dicembre la Regina Reggente scriveva: “Io sono ben contenta di vedere che siamo d'accordo sulla questione della nazionalità spagnola di Suo figlio ed io credo che la rinuncia corrispondente insieme al Suo beneplacito sia sufficiente”.  Gli storici della Casa di Borbone-Due Sicilie, comunque, sono d'accordo nel ritenere che ogni membro della Casa di Borbone discendente dalla linea maschile di Filippo V di Spagna e nato da matrimoni riconosciuti, vanta dei diritti sul Trono spagnolo. La cittadinanza, in ogni caso, è irrilevante di fronte ad una pretesa dinastica ereditaria - altrimenti i Principi Don Ranieri, Don Ferdinando e suo figlio, Don Carlo sarebbero stati presumibilmente ineleggibili a causa della loro cittadinanza francese. Il Principe Gabriele ed i suoi figli erano tutti cittadini spagnoli senza che ciò fosse considerato un ostacolo per i loro diritti dinastici e per i loro titoli.

Il punto centrale della disputa sulla successione è rappresentato quindi dalla legalità della  rinuncia significata nell’Atto di Cannes e dalla legalità della sua estensione, su cui molto si è dibattuto. I sostenitori della linea ultragenita della Dinastia delle Due Sicilie lo rivendicano come fondamentale per il loro caso; i sostenitori della linea primogenita non solo sostengono che esso contravvenga alla legge dinastica delle Due Sicilie, ma puntualizzano che nel 1900 il Governo spagnolo stesso aveva informato la Regina Reggente di Spagna che tale rinuncia non solo non era necessaria, ma non poteva avere alcun effetto legale. Se il Principe Don Carlo non poteva formulare una rinuncia giuridicamente vincolante ai suoi "eventuali diritti" in "esecuzione della Prammatica Sanzione" allora l'Atto di Cannes non ha alcuna validità.

Quelli che contestano le rivendicazioni della linea primogenita fanno intendere che l'atto dovrebbe essere letto solamente come le parti apparentemente lo intendevano, cioè come una rinuncia alla Corona e, implicitamente, a tutte le prerogative ad essa legate. Essi ritengono che siccome il volere del Conte di Caserta e, come il suo, quello di Ferdinando Pio, Duca di Calabria, era che la linea del Principe ed Infante Don Carlo venisse esclusa, tali voleri dovrebbero essere rispettati. Dato che le leggi Dinastiche prevedevano in quali circostanze ad un Principe sarebbe stato richiesto di rinunciare ai suoi diritti, era improprio introdurre altre circostanze non previste da quelle leggi - almeno non senza un emendamento formale alle leggi della Casa (impossibile da fare dopo la detronizzazione della Dinastia). Tuttavia, essi affermano che le Corone non possono essere disposte per Testamento, ma passano secondo regole stabilite che non possono essere cambiate informalmente o indirettamente.  

Le relazioni tra la famiglia reale spagnola, incluso il Principe Carlo, ed i suoi meno benestanti fratelli furono però piuttosto travagliate. Anche se il Principe Ferdinando Pio aveva contratto un buon matrimonio con una Principessa di Baviera, il crollo dell'economia tedesca dopo la prima guerra mondiale quasi prosciugò il valore della sua dote. Ferdinando Pio, allora, ebbe un abboccamento con la Regina Reggente che graziosamente gli concesse una pensione e, quando ella morì nel 1927, egli scrisse a Re Alfonso XIII chiedendogli di continuare con questo sussidio. Il Re gentilmente acconsentì, ma con la sua partenza per l'esilio nel 1931 dovette bloccare completamente la pensione, mettendo così in difficoltà il Duca di Calabria. Nel 1923 il Principe Ranieri sposò la Contessa Caroline Zamoyska il cui fratello Jan avrebbe in seguito sposato la sorella dell'Infante Don Alfonso, Isabel. Dato che sua madre era la sorella di sua moglie, il Conte di Caserta decise di riconoscerlo come un matrimonio dinastico, ma Re Alfonso XIII rifiutò di riconoscerlo valido per la successione spagnola. Questo provocò un considerevole risentimento nei confronti del Re di Spagna da parte del Principe Ranieri. Con la II guerra mondiale anche la dote della moglie di Ranieri andò perduta ed anche lui si trovò in difficoltà finanziarie.

Nel 1941 la famiglia reale delle Due Sicilie decise di vendere gli ultimi possedimenti in Italia (lasciti del ducato di Castro che era stato ereditato dai Farnese) al governo italiano. Nonostante questi fossero inclusi in  “tutti i Beni della Real Casa trovantasi in Italia” ai quali Carlo aveva inteso affermare la sua intenzione di rinunciare nella prima parte dell'Atto di Cannes, non furono fatti riferimenti a tale “rinuncia”. La cessione ed i documenti di vendita dimostrano che egli ebbe la sua parte insieme ai suoi fratelli e sorelle, dato che negli atti veniva nominato immediatamente dopo suo fratello Ferdinando Pio. In una lettera datata 7 marzo 1941 e indirizzata al fratello Ferdinando Pio, il Principe Carlo dava istruzioni riguardo il suo conto per il versamento del ricavato. È difficile capire perché il Principe Carlo partecipò a questa vendita insieme ai suoi fratelli e sorelle se loro consideravano che questi avesse ceduto i suoi diritti! In risposta ad una richiesta di aiuto del fratello minore, il Principe Ranieri, Carlo generosamente gli concesse un sussidio, che ha continuato a ricevere fino alla sua morte avvenuta nel 1949. Questa intermittente dipendenza finanziaria aveva portato a dei malintesi e l'Infante don Carlo aveva addirittura generosamente offerto di dare al Principe Don Ranieri una parte del suo ricavato della vendita dei possedimenti Farnese alla Corona italiana. L'Infante Don Alfonso ereditò i beni di suo padre ma dovette costituire una rendita per le sue sorelle e, per tutelare gli interessi della propria famiglia, dovette smettere di erogare questo sussidio. Quando l'anno seguente scrisse al Principe Ferdinando Pio, questi non gli rispose e lui non parlò mai più con i suoi zii.

Alla luce di quanto sopra, per determinare chi sia il successore dell'ultimo Re, Francesco II, la posizione genealogica è chiara. Questi morì nel 1894 senza eredi ed allora suo fratello minore, Alfonso, Conte di Caserta, gli succedette come Capo della Casa. Il Principe, in accordo con la legge, sposò sua cugina, la Principessa Antonietta delle Due Sicilie (figlia del Conte di Trani), ed ebbe un certo numero di figli di cui il maggiore, Ferdinando Pio (1869-1960) gli succedette nel 1934. Ferdinando Pio, sposò una Principessa di Baviera, ebbe un solo figlio, Roggero, che morì all'età di 13 anni nel 1914, e molte figlie. Il 7 gennaio 1960 Ferdinando Pio, Duca di Calabria, morì a Lindau in Baviera. Il seguente nella linea di successione era suo fratello Carlo, ma Carlo era morto nel 1949 lasciando il posto all'unico figlio vivente della sua prima moglie (l'Infanta Mercedes, Principessa delle Asturie), Alfonso, Infante di Spagna, nato nel 1901 e sposato con la Principessa Alice di Borbone-Parma.

Il 7 febbraio 1960 l'Infante Don Alfonso si proclamò Capo della Casa e Duca di Calabria e scrisse, per informarli, ai Capi delle case Regnanti Europee e ai Capi delle Case ex regnanti. Il 12 marzo gli rispose il Conte di Barcellona confermandogli il suo appoggio. Il 18 marzo ricevette una lettera simile da Roberto II. Ricevette notizie di tale fatta anche dall'Infante Don Jaime e da Dom Duarte, Duca di Braganza. Però molti degli esponenti più anziani della Deputazione dell'Ordine Costantiniano, particolarmente i napoletani (ricordando due secoli di dominazione spagnola), trovavano la successione di un Gran Maestro spagnolo molto sgradita; inoltre il Principe Don Ferdinando Pio, Duca di Calabria aveva manifestato la sua personale preferenza sulla successione: all'altro fratello vivente, il Principe Don Ranieri (quarto figlio del Conte di Caserta, che si arrogò il titolo di Duca di Castro alla morte del fratello maggiore), che nominò erede. Fin dalla morte dell'Infante Don Carlo nel 1949, Don Ferdinando Pio era giunto alla conclusione che la rinuncia del 1900 includesse la dignità di Capo della Dinastia. L'estraniazione tra il Duca di Calabria e suo nipote l'Infante Don Alfonso, lo condusse ad affermare, in una lettera del 1950, che il suo erede come Capo della Dinastia era il Principe Don Ranieri.

Un emissario dell'Infante Don Alfonso, il Marchese di Desio (Primo Ambasciatore spagnolo in Italia), si incontrò con il Principe Don Ranieri per tentare di sistemare la successione, ed inizialmente si giunse ad un accordo. Tuttavia, questo accordo fu rifiutato a seguito dell'intervento del primo Vice Gran Cancelliere dell'Ordine Costantiniano. Entrambi i Principi ora rivendicavano separatamente la carica di Capo della Dinastia ed il Gran Magistero Costantiniano. Molti di quelli che hanno sostenuto una parte o l'altra hanno prestato meno attenzione ai sostanziali problemi legali che ai tradizionali pregiudizi nazionali ed alle posizioni prese dalla famiglia o dagli amici. La lealtà personale nei confronti del defunto Principe Don Ferdinando Pio, Duca di Calabria, non può essere ragione sufficiente per ignorare le leggi di successione; in nessuna Monarchia europea l'erede al trono può essere designato dal precedente Sovrano.

Nella veste di Re di Spagna, Re Juan Carlos è il successore di Carlo III e, per questo motivo, pensò in un primo momento di poter dirimere la questione da solo. Alla fine del 1982, però, il Re chiese a cinque dei più autorevoli organi dello Stato spagnolo di investigare sulla successione contesa. Dopo un approfondito esame della problematica, descritta a fondo nei loro rapporti, tutte le cinque istituzioni dichiararono all'unanimità al Re che ognuno di loro era dell'opinione che l'erede legittimo alla dignità di Capo della Real Casa delle Due Sicilie e alle sue prerogative fosse “S.A.R. Don Carlos de Borbón-Dos Sicilias y Borbón-Parma, Duca di Calabria”. Questa decisione fu portata a conoscenza dello stesso con una lettera dal Marchese de Mondéjar, Capo della Famiglia Reale spagnola.

Nessun'altra pubblica istituzione ha investigato formalmente la disputa sulla successione e le posizioni che altri hanno preso in questo affare nel sostenere l'una o l'altra parte sono puramente personali. La Santa Sede, nonostante qualcuno affermi il contrario, ha sempre prudentemente mantenuto una posizione neutrale. (V.B.)

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